lunedì 1 giugno 2009

Una grande donna prigioniera


Il premio Nobel simbolo della libertà non mangia ed è sempre più sofferente.
Ormai di San SuuKyi, premino Nobel per la libertà, non resta che un corpo indebolito dai lunghi anni di prigionia, fra le rovine putrescenti di un lodge vacillante ai margini delle rive dell’Inya Lake. Aung San Suu Kyi,da oltre 19 anni vive sotto l’occhio rigido dei dittatori di Rangoon, i quali avrebbero fatto arrestare senza un perché, il suo medico curante. Figlia di Khin Kyi, moglie di San, padre dell’indipendenza birmana, mai conosciuto da Aung San Suukyi, ucciso da una pallottola sparata da mani ignote. L’8 agosto ’88 studenti attivisti scesero in piazza e poco dopo le strade furono un ammasso di cadaveri l’uno sull’altro. Un massacro che cambiò per sempre la vita del premio Nobel, che a seguito si iscrisse alla Lega Nazionale per la Democrazia e subito arrestata dal governo. Nel 1990 prende il 60 per cento in più di voti dei generali, è acclamata dalla folla, ben voluta dal popolo, ma ciò contribuisce a fare di lei una pericolosa sovversiva contro il regime, quindi bisogna imprigionarla e monitorarla ventiquattro ore su ventiquattro. L’ultima volta che è stata vista mettere il piede oltre la soglia dell’ingresso e stato nel settembre 2007, durante i giorni di gloria della rivolta dei monaci. In queste ore la popolazione e i monaci pregano per il premio Nobel, e molti di noi ci chiediamo come sia possibile non agire, poiché ci definiamo democratici.


Giovanni Piccirilli

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